La Trattativa Stato-mafia

La seguente nota è stata realizzata dal Movimento delle Agende Rosse Campania gruppo Paolo Borsellino.

Prima di tutto è necessario ricordare che una sentenza della Corte d’Assise di Firenze ha stabilito, oltre che storicamente, anche processualmente che la trattativa Stato-mafia c’è stata, e quindi è sbagliato utilizzare l’aggettivo “presunta”.

L’attuale processo che si sta svolgendo in Corte D’Assise a Palermo serve a stabilire la verità giuridica in merito alle responsabilità di minaccia a corpo politico dello Stato, iniziate con l’omicidio del politico Salvo Lima.

Storicamente si può dire che di trattative Stato-mafia ce ne sono state varie. Sono iniziate dal 1861, con la nascita della Stato. Le indagini a ritroso della Procura di Palermo sono arrivate fino ai torbidi intrecci degli alleati con il bandito Salvatore Giuliano, che dopo la liberazione nazi-fascista è stato anche utilizzato dalle correnti filo-americane contro il “pericolo comunista“. La prima strage stato-mafia fu a Portella della Ginestra e rientrava in questi piani.

La frase “Mafia e Stato sono due poteri su uno stesso territorio, o si combatto o si mettono d’accordo.” riassume bene la storia del nostro Paese, dove purtroppo si è deciso di scendere a patti e le persone che non vogliono solo “contenere” il fenomeno mafioso, ma vogliono debellarlo, sono isolati istituzionalmente oggi come ieri.

I rapporti di convivenza fra malavita e quella parte deviata dello Stato stavano per essere debellati grazie al Maxi Processo, dove la mafia si è sentita “tradita” da quello Stato deviato con cui aveva convissuto con scambi di favori reciproci. Da lì sarebbe bastato poco ad Uomini come Falcone e Borsellino per arrivare a debellare il marcio all’interno delle istituzioni che permetteva e permette l’esistenza delle criminalità organizzate.

Ma c’è stata una sapiente strumentalizzazione di pecorai-montanari (queste le origini di Riina e Provenzano) con vocazione alle carneficine, da parte di personaggi dei servizi segreti (organismo dello Stato INCOSTITUZIONALE, i servizi segreti nascono per operare al difuori dei dettami costituzionali, e in un Paese dove regna la Giustizia non possono esistere) affinché rivolgessero il loro odio, invece che contro politicanti influenzabili, contro chi aveva deciso di recidere questi legami di interessi: prima Giovanni Falcone, che con un incarico politico stava diventando ancora più pericoloso per il sistema. Poi Paolo Borsellino, che indagando sulla morte dell’amico-fratello Giovanni era stato messo al corrente dell’avvio di un colloquio con la mafia da parte dei carabinieri del ROS, e sicuramente avrà esplicitato il suo assoluto dissenso in merito, diventando un ostacolo da eliminare per il proseguimento della trattativa.

Dopo l’eliminazione dei due Uomini-ostacolo, perciò si decise di continuare a fare pressione sui politicanti “conosciuti” con atti terroristici sapientemente studiati che mai dei pecorai analfabeti avrebbero potuto gestire da soli, in particolare nel 1993 vi furono due attentati a Roma: a San Giovanni in Laterano e a San Giorgio a Velabro.
In quel momento Giovanni Spadolini era il Presidente del Senato, e Giorgio Napolitano, era Presidente della Camera, poi diventato Ministro dell’Interno e ora Presidente della Repubblica per ben due mandati.

E’ impensabile che questi, oltre alle stragi di Firenze e Milano, la bomba in via Fauro a Roma e il fallito attentato all’Olimpico, siano stati progettati ed eseguiti dalla sola mafia senza “aiuto” esterno.

La trattativa di cui si sta dibattendo in tribunale a Palermo si divide in almeno due fasi.

La prima fase vede come protagonisti alcuni uominidel Ros fra cui Mario Mori, Mauro Obinu e Giuseppe De Donno che si avvicinarono a Vito Ciancimino, attraverso il figlio Massimo, per chiedergli di fare da tramite con i boss corleonesi Riina e Provenzano. Vito Ciancimino anch’egli corleonese conosceva entrambi i boss prediligendo i rapporti con Provenzano, accettò imponendo che «Della trattativa doveva essere informato il presidente della commissione antimafia Luciano Violante. Un altro misterioso interlocutore aveva invece detto che il ministro Mancino già sapeva», e dopo poco Ciancimino ricevette e consegnò la lista di richieste dei boss per terminare la guerra, il famoso papello. Contemporaneamente i Ros, Vito Ciancimino e Provenzano stabilirono un accordo che prevedeva la consegna di Totò Riina, ed in cambio Provenzano ricevette fra l’altro di poter continuare tranquillamente la latitanza.

La seconda fase della trattativa vede invece l’esclusione di Vito Ciancimino, in favore di Marcello Dell’Utri quale nuovo referente mafia-stato. Vito Ciancimino scriverà
“SIAMO FIGLI DELLA STESSA LUPA</p><br />
<p>IN PIENA COSCIENZA OGGI POSSO AFFERMARE CHE SIA IO, CHE MARCELLO DELL' UTRI ED ANCHE INDIRETTAMENTE SILVIO BERLUSCONI SIAMO FIGLI DELLO STESSO SISTEMA MA ABBIAMO SUBITO TRATTAMENTI DIVERSI.”

“SIAMO FIGLI DELLA STESSA LUPA IN PIENA COSCIENZA OGGI POSSO AFFERMARE CHE SIA IO, CHE MARCELLO DELL’ UTRI ED ANCHE INDIRETTAMENTE SILVIO BERLUSCONI SIAMO FIGLI DELLO STESSO SISTEMA MA ABBIAMO SUBITO TRATTAMENTI DIVERSI.”

Se oggi noi conosciamo tanti dettagli pubblici e tanti altri probabilmente sono ancora segretati al vaglio degli inquirenti è soprattutto grazie a Massimo Ciancimino, che ha consegnato una moltitudine di documenti ed ha contribuito a farli comprendere e inserire nei giusti contesti. Solo dopo le sue deposizioni a distanza di quasi 20, tanti inizieranno a ricordare dettagli inquietanti e altri troveranno il modo di denunciare storie inerenti.
Dopo averle lette, Violante ha contattato i magistrati di Palermo, chiedendo di essere ascoltato. Davanti ai PM Antonio Ingroia e Roberto Scarpinato, ha spiegato che per davvero qualcuno gli chiese di incontrare «in modo riservato, a quattr’occhi» Vito Ciancimino. La proposta arrivò da Mario Mori subito dopo la sua nomina all´Antimafia, nel settembre 1992.
Mori e il capitano Giuseppe De Donno sono stati sempre categorici: «Parlammo con Ciancimino solo per indurlo alla collaborazione».
Poi è arrivato il pentito Giovanni Brusca a raccontare che il colonnello Mori aveva trattato con la mafia. Al processo di Firenze, quello sulle stragi in continente, udienza dopo udienza si parlò del «papello».

Il colonnello Michele Riccio ha raccontato di come Mori e Obinu avrebbero volontariamente fatto saltare l’arresto di Provenzano. “Noi – ha spiegato Obinu al pm Nino Di Matteo – abbiamo localizzato il casale ma consideri la difficoltà tecnica di entrare, in quel posto, in quanto era costantemente occupato da pastori, mucche e pecore”.

La testimonianza del colonnello Michele Riccio al processo: «Il mio confidente Luigi Ilardo mi aveva avvertito telefonicamente di un suo incontro con Bernardo Provenzano. Lo dissi a Mori, ma non mostrò alcun cenno di interesse».
Il maresciallo Saverio Masi denuncia di essere stato bloccato nelle indagini e poi obbligato a coordinarsi con uomini del ROS che, con vari stratagemmi, gli avrebbero impedito ogni tipo di indagine e di pedinamento dei boss Provenzano e Messina Denaro a cui si era avvicinato tantissimo. Il maresciallo ha denunciato le forti pressioni ed i continui cambi di incarico cui sarebbe stato sottoposto al fine di abbandonare la caccia dei boss latitanti, fino al punto di essere investito da un ufficiale suo superiore con la frase: «Noi non abbiamo nessuna intenzione di prendere Provenzano! Non hai capito niente allora? Lo vuoi capire o no che ti devi fermare? Hai finito di fare il finto coglione? Dicci cosa vuoi che te lo diamo. Ti serve il posto di lavoro per tua sorella? Te lo diamo in tempi rapidi!» Dopo questa denuncia alla procura di Palermo Masi, capo scorta di Di Matteo, è stato messo sotto accusa, con la complicità dei suoi superiori, per aver dichiarato l’uso di auto privata in una missione, episodio che molti suoi colleghi hanno asserito essere la prassi per poter condurre le indagini più delicate in incognito.
Le denunce sulle omissioni nelle indagini per prendere Binnu iniziano a moltiplicarsi, Salvatore Fiducia luogotenente dei Carabinieri ha raccontato i vari ostacoli trovati durante la caccia al capo di Cosa Nostra nei primi anni duemila. Il militare che sarebbe stato più volte bloccato mentre tentava di arrestare Provenzano. In passato Fiducia aveva denunciato la strana scomparsa di una relazione di servizio in cui faceva cenno ad un confidente che aveva parlato proprio della latitanza di Provenzano. Oggi va oltre, e in quelle pagine depositate racconta come alcune relazioni diservizio fornite ai suoi superiori nel periodo 2001 – 2004, sarebbero state ignorate, corrette ed in certi casi alterate.

Le trattative si intrecciano tragicamente con altre vite come ad esempio quella del giornalista Beppe Alfano che denunciò la presenza di Nitto Santapaola, che poi il capitano Ultimo fece scappare innescando una sparatoria contro un passante durante l’appostamento per la cattura. Il capitano Ultimo, alias Sergio De Caprio, è anche coinvolto nella mancata perquisizione del covo di Riina, altro pezzo del puzzle per la ricostruzione della trattativa. Ed oggi assurdamente ha condotto e pare continui a condurre, le indagini sul “fantomatico” tesoro di Massimo Ciancimino, il principale testimone della trattativa, sperando che infangandolo possano cadere gran parte delle accuse.

Un’altra vita spezzata a causa delle scellerata trattativa con la copertura istituzionale della latitanza di Provenzano (ed altri boss) è quella di un brillante chirurgo, l’urologo Attilio Manca, che proprio la sua fama di eccellente medico conoscitore delle nuove tecniche operatorie portò ad assistere ad un’operazione alla prostata a Marsiglia. Poi si è scoperto che lì in quei giorni fu operato Provenzano. Purtroppo il giovane chirurgo in uno dei controlli post operatori deve aver riconosciuto l’identità del latitante e gli è costato la vita, ma la cosa peggiore è stato l’insabbiamento istituzionale sul caso, spacciato come suicidio per overdose.

Pessima figura quella di Grasso che ad esempio in un’occasione pressato su domande in merito, per evitare di rispondere usò deridere Sonia Alfano.
E ancora Grasso alla notizia di essere stato chiamato a testimoniare al processo sulla trattativa a Palermo: «Dopo aver ascoltato tanta gente nella mia vita non posso che essere disponibile a mia volta ad essere ascoltato dai magistrati. Naturalmente valuterò la prerogativa che il mio ruolo istituzionale mi dà, di farmi ascoltare al Senato». [Ne ha il diritto, ma mi chiedo se immagina cosa comporta la trasferta per una Corte di Assise, pubblici ministeri e relativi imputati, quanti soldi verranno inutilmente spesi, il tutto per soddisfare le Sue legittime prerogative. Che bell’esempio di tagli alla spesa… (cit.)]

Passando adesso ai livelli più alti, quelli politici, più complessi da scoprire e decifrare, di cui i pentiti di mafia possono raccontare poco non essendoci addentro, l’aiuto di Massimo Ciancimino diventa ancora più fondamentale, essendo figlio di un influente politico, Vito Ciancimino condannato per associazione di stampo mafioso che fu sindaco per un brevissimo tempo, ma politicante per una vita.

Di lui hanno molta paura, lo ha anche dichiarato in un bar di Roma, ascoltato da Sandra Amurri, Mannino: “hanno capito tutto…Massimo Ciancimino sta dicendo la verità su di noi

Che lo temono è dimostrato anche dalla riunione del Copasir per discutere l’ipotesi di calunnia nei confronti di De Gennaro e Narracci dopo che ha fatto i loro nomi. Sul Sole 24 Ore:

“Ma è l’esplosiva e incredibile dichiarazione di Ciancimino a scatenare un putiferio. Circola fulminea in un cerchio ristretto dei massimi livelli istituzionali. Se ne parla a margine di un Consiglio dei ministri tra Berlusconi, Letta, Maroni e Alfano. È informato il capo dello stato, Giorgio Napolitano. La tesi della calunnia è condivisa, ma proprio per evitare qualunque danno all’immagine del prefetto alla guida del Dis (Dipartimento informazioni e sicurezza) la notizia rimane riservata. Fino a ieri.”
Agli alti piani della politica fa molta paura tutta la procura di Palermo, a cui si cerca in tanti modi di togliere il processo e le indagini sulla trattativa, infatti Massimo Ciancimino in precedenza aveva accennato di quei particolari ad altri magistrati che al contrario di Ingroia, Scarpinato e Di Matteo preferirono non ascoltare.
Da costatare purtroppo che le collusioni più gravi che rafforzano il patto stato-mafia sono proprio all’interno della magistratura.

Di recente il procuratore aggiunto Vittorio Teresi e i sostituti Nino Di Matteo, Roberto Tartaglia e Francesco Del Bene sono saliti su un aereo per andare ad interrogare Alberto Cisterna, già vice di Pietro Grasso alla Procura nazionale antimafia e poi giudice a Tivoli. Lo hanno interrogato “in sede riservata” e i verbali dell’interrogatorio sono stati secretati subito, segno che l’ex vice di Grasso abbia rivelato particolari inediti. Oggetto del lungo interrogatorio, i tentativi di resa che sarebbero stati messi in atto da Bernardo Provenzano tra il 2003 e il 2005.

Dichiarazioni di Piero Grasso sul caso: “Quando nell’ottobre del 2005 presi il posto del procuratore Vigna mi fu prospettata, da parte dei colleghi, la situazione di un informatore, di un qualcuno che voleva rendere delle dichiarazioni e collaborare per la cattura di Provenzano. In quell’occasione mi si prospettò, da parte della Guardia di Finanza, questo signore che diceva addirittura di avere dei contatti con il latitante Provenzano, il quale si doveva trovare in località naturalmente non precisata, ma comunque nel Lazio. Feci questo colloquio investigativo ma poi nel tempo scoprii che altri due in precedenza erano stati fatti da Vigna e dai sostituti Macrì e Cisterna

Per Cisterna è un momento particolare: Nino Lo Giudice, il pentito che lo aveva accusato di essere a disposizione della ‘ndrangheta ha appena ritrattato tutte le accuse. Lo Giudice, in un memoriale, fa i nomi di quella “cricca” che lo avrebbe obbligato ad accusare Cisterna, già prosciolto alla fine del 2012. Il pentito punta il dito su Giuseppe Pignatone, già capo della procura di Reggio Calabria e ora a Roma (nb dove la maggior parte degli imputati del processo sulla tarttativa stanno chiedendo si trasfersca il dibattimento, oltre che a Caltanisseta o Firenze ecc), sul suo aggiunto Michele Prestipino e sull’attuale capo della mobile di Roma Renato Cortese: tutti investigatori che si sono consolidati quando al vertice della procura di Palermo c’era Grasso. (Ed anche tutte persone che si spendono molto per trovare, ma soprattutto per far pubblicare notizie sul fantomatico tesoro ereditato da Massimo Ciancimino)

È lo stesso Pignatone a condurre uno dei primi interrogatori di Cisterna, il 17 giugno del 2011. Durantel’interrogatorio Cisterna fa cenno alle “attività inerenti la cattura di Provenzano, e le attività consequenziali, diciamo accessorie”. A quel punto Pignatone, che ha coordinato l’arresto del padrino corleonese, cade dalle nuvole: “Io non so a cosa alluda questo riferimento a Provenzano”. La reazione di Cisterna è glaciale: “Lo vedremo!” esclama.

Poi siamo all’assurdo che secondo il CSM la “grave colpa” (di Di Matteo) sarebbe “non aver smentito” l’esistenza delle intercettazioni fra l’indagato Mancino e Napolitano, e non che ci siano state quelle telefonate, o le altre correlate (pubblicate) con il consigliere giuridico di Napolitano, Loris D’Ambrosio, prematuramente (e alquanto stranamente) scomparso prima di poter essere ascoltato in merito dalla procura di Palermo delle cui indagini Mancino si preoccupava chiedendo aiuto. Speriamo che presto sia fatta chiarezza sui motivi che hanno indotto Mancino a ritenere Napolitano ugualmente interessato affinché si intervenisse sulle indagini condotte da Di Matteo e dalla Procura di Palermo riguardo la trattativa Stato-mafia.

Un passaggio dell’appello sottoscritto da tanti magistrati italiani:

[…preoccupazione per una eventuale tendenza a configurare l’illecito disciplinare in termini esclusivamente formali, a prescindere da una effettiva lesività della condotta, che può oggettivamente esporre ogni singolo magistrato a rilievi, minando potenzialmente di fatto l’indipendenza interna della magistratura”. Per concludere: “Le preoccupazioni di cui sopra sono inoltre rese ancor più gravi dalle minacce di morte successivamente rivolte al dottor Di Matteo, ed ad altri suoi colleghi, dato che la percezione esterna (ancorché in ipotesi del tutto errata) di un collega isolato all’interno della magistratura può evidentemente aumentare il rischio di aggressioni esterne, specialmente in un ambiente estremamente difficile come la Sicilia. Si invitano quindi i colleghi a sottoscrivere anche pubblicamente il presente appello”.]

Tali comportamenti del CSM sono attacchi istituzionali che vanno ad aggiungersi alle minacce ed intimidazioni (mafiose?!) a cui lo Stato risponde con estrema superficialità nei confronti di questi PM che nonostante le reticenze di Stato continuano a lavorare per raggiungere la Verità!
Pochi giorni fa la notizia dell’infrazione a casa del giudice Roberto Tartaglia, dove pare sia scomparsa solo una pen-drive su cui si è ipotizzato ci potessero essere memorizzate le informazioni del recente colloquio con Cisterna e l’altro collega ancora segreto.
Il giovanissimo PM Tartaglia già subì intimidazioni telefoniche, con un numero estero difficilmente rintracciabile, da parte di un suo pedinatore che gli dimostrava di essere a conoscenza dei suoi spostamenti insieme al Dott. Di Matteo, e quest’ultimo sta ricevendo missive da parte di un anonimo con oggetto una decisione di ammazzarlo presa da amici romani di Matteo Messina Denaro.

Qualche mese fa uscì un articolo che parlava di intercettazioni fra l’indagato De Donno e un carabiniere riguardo tutti gli spostamenti e le attività dei PM di Palermo che lo hanno messo sotto accusa, di seguito un estratto:
[…È intercettato il colonnello Giuseppe De Donno, uno degli indagati della trattativa: ufficialmente, è fuori dai ranghi del Ros e da quelli del servizio segreto civile. È solo il manager di un´agenzia di sicurezza che lavora in tutto il mondo, in Italia anche per Finmeccanica.
De Donno parla con uno dei carabinieri del Ros (uno dei tanti che lavorano contemporaneamente anche con l´agenzia del colonnello) e dalla loro conversazione si intuisce che i due conoscono perfettamente i movimenti dei pm di Palermo. Perché controllano le loro mosse? Perché carabinieri del Ros sono in contatto con exufficiali formalmente «a riposo»? Perché stanno spiando i magistrati della trattativa Stato-mafia?]
Orazio Licandro, professore di diritto romano che è stato anche in commissione antimafia, dopo aver avuto un incontro con Ingroia, nel periodo in cui in procura a Palermo avevano appena acquisito le intercettazioni telefoniche fra Mancino e il colle, [..Trova la camera sottosopra, perquisita. Qualcuno gli ha rubato il pc, l´iPad e le pen drive. Fa denuncia. Ci sono le telecamere interne. Si vede un uomo che entra nella camera -senza scardinare la porta – e pochi minuti dopo esce con qualcosa in mano. Il «ladro» è ben visibile, qualcuno assicura che stanno per scoprire chi è. Chi indaga sospetta che il «ladro» – che aveva seguito Licandro dal momento in cui si trovava con il procuratore Ingroia – cercasse «materiale molto scottante» sulla trattativa.
Qualche mese prima il pm Lia Sava aveva trovato il modem nel suo ufficio danneggiato, due fili di alimentazione tagliati e risistemati, come se avessero attaccato lì una cimice. Qualche mese prima, la stanza della Sava era

occupata da Ingroia.
Appena qualche giorno dopo in un corridoio del Tribunale viene notato – c´è una relazione di servizio della Dia – un carabiniere che «s´intrattiene per alcuni minuti» con una giovane, la donna delle pulizie che ogni mattina ha il compito di spolverare alcune stanze della Procura. La donna è sott´indagine, il carabiniere è uno di quelli che a ogni udienza del processo per la mancata cattura di Provenzano – imputato il generale Mori – è in aula insieme ad alcuni colleghi e atre o quattro agenti dei Servizi, che fin dall´inizio del dibattimento non si sono mai persi nemmeno una battuta del processo.
Come quell´altro carabiniere che quattro giorni fa -all´udienza per la trattativa – prendeva appunti. Il giudice Morosini se n´è accorto, gli ha chiesto perché, lui ha risposto che «è appassionato dell´argomento». Il gup ha insistito. A quel punto, il carabiniere è svenuto in aula…]

Tanti troppi contenuti importanti saranno stati trascurati in questa nota, ma non si può trascurare che tutto questo ha influenzato e influenza direttamente la vita di ognuno di noi sempre, non solo per la realizzazione politica delle richieste presenti nel papello, ma perché le decisioni politiche sono (e lo saranno finché non si reciderà questo oscuro legame) prese secondo gli accordi con le criminalità. I nomi che ricorrono in questa trattativa sono pressoché onnipresenti in tutti i peggiori scandali italiani, come in altre occasioni è stato detto per Gianni Letta, ma non è l’unico: Gianni De Gennaro, di cui vi sono circa 9000 pagine di intercettazioni telefoniche col boss Totuccio Contorno durante la mattanza di Palermo degl’anni ’80, era a capo di tutte le forze dell’ordine durante quella che è stata definita la “macelleria messicana” del G8 di Genova nel 2001 (qualche tempo dopo ritirò il premio FBI, unico non americano ad averlo ricevuto, forse per essere riuscito ad annullare quel popolo di Seattle e movimento no-global che tanto avevano capito su ciò che sarebbe accaduto all’economia mondiale), viene citato da Walter Ganapini in una intervista a telecamera nascosta che riferisce come l’allora commissario straordinario per l’emergenza rifiuti in Campania, De Gennaro, gli intimasse di farsi gli affari suoi che le decisioni venivano prese dal presidente della repubblica, allora come oggi Giorgio Napolitano.
Mancino compare anche nel caso De Magistris, quando fu allontanato dalla procura di Cosenza.

Napolitano nel ’78 durante la guerra fredda andò spesso in America, quando nessun comunista poteva entrarvi, tenne varie conferenze tra cui, la più importante in un club (Council on Foreign Relations) che l’ex giudice Carlo Palermo non ha esitato a definire come reale centro di potere che ha sostanzialmente determinato la politica nel nostro Paese alla luce della storia della nostra Repubblica.

Questa nota si chiude con una riflessione elementare, esistono nelle istituzioni e nella politica due generi di persone:

1. Servitori dello Stato, persone degne di essere chiamati rappresentanti dello Stato che agiscono secondo la nostra Costituzione a difesa dei cittadini e a tutela dei diritti. Il potere cerca di isolarli e attaccarli.

2. Servi del potere sono dei fanatici che obbediscono ciecamente, anche ad ordini ingiusti, alla volontà del più forte: che sia un diretto superiore, un politico, un boss malavitoso, un ricco imprenditore o un massone. Sono in grado di compiere vere e proprie carneficine: in via D’Amelio, in valdi Susa, in via deiGeorgofili, in una manifestazione a Roma, in Campania con lo sversamento di rifiuti pericolosi, o lungo le coste della Calabria o ancora nell’Adriatico, di fare una macelleria messicana a Genova!

Al contrario dei servitori, i servi hanno carriere rapide e brillanti, ricevono promozioni ad ogni censura di coscienza.

Noi dobbiamo impegnarci ed esser capaci di fare una distinzione, sostenendo chi riteniamo lo meriti e pretendendo le responsabilità di chi si macchia la coscienza.

Testo tratto dal seguente link:

https://www.facebook.com/notes/agende-rosse-di-salvatore-borsellino-in-campania/in-merito-alla-trattativa-stato-mafia/474564972631290

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